Diario da Lesbo – Seconda parte

Una donna si avvicina a noi. E’ venuta sola fin qui, a Lesbo, partendo dal Camerun. Ha 34 anni. Ha descritto il campo di Moria, dove vive, come un luogo di violenza. Vivevano in 20 in una delle centinaia di tende dell’area. Racconta delle condizioni precarie in cui è costretta a stare: il loro pavimento di terra è il luogo in cui mangiano e fanno pipì. Vivono lì tutte donne: hanno dovuto montare loro stesse un precario impianto elettrico spesso inutile, visto che rimangono al buio. La paura, specie tra loro, è costante: spesso si sentono le urla delle risse vicino alla loro tenda e, quando accade, non osano muoversi, temendo anche che con il coltello si arrivi a tagliare la tela della tenda e usare loro violenza. Nel campo di Moria le donne vengono violentate anche sotto gli occhi di chi dovrebbe occuparsi della sicurezza. Non muovono un dito e non vogliono entrare nel campo. Lasciano che lì dentro ci si autoregoli e prevalga la legge del più forte.
Per andare a mangiare la fila è interminabile e spesso si vedono lunghe scie di sangue. Per i bagni e per lavarsi ci si alza alle 5 del mattino perché già poche ore dopo l’acqua è finita. C’è un certo sentimento di ostilità nell’Isola. I migranti percepiscono di non essere ben accolti e pensano che quella di farli stare male sia una strategia per disincentivare gli arrivi e farli rientrare a casa, luogo dove si sentono molto meno protetti che in Europa. Un nuovo gruppo di suore scalabriniane, oggi, si stanno preparando a dare il cambio al nostro. Una missione che vogliamo continuare a seguire, qui, in questo angolo di mondo.