Afghanistan, Scalabriniane: Attuare politica delle “porte aperte”

“Sempre più persone oggi si preoccupano di quanto sta avvenendo in Afghanistan, soprattutto per il grande pericolo a cui sono esposte le donne. Il mondo delle istituzioni, della cooperazione internazionale, deve essere sempre più convinto che la soluzione principale è quella delle porte aperte, per aiutare le tante persone che stanno richiedendo asilo. Lo stiamo vivendo in questi giorni nella piccola isola di Lesbo, in Grecia, dove nella missione svolta dalla nostra congregazione, possibile grazie alla partecipazione a un progetto della Comunità di Sant’Egidio, vediamo tanti afghani preoccupati e segnati per tanto dolore. Alle spalle hanno il terrore, davanti a loro c’è l’ansia di non poter avere un futuro”. E’ quanto dichiara in una nota suor Neusa de Fatima Mariano, superiora generale delle Scalabriniane, congregazione che sin dalla sua fondazione ha come missione il servizio ai migranti. “La questione afghana apre a un problema complesso e difficile da risolvere nel mondo, legato alle violenze di genere – prosegue suor Neusa – Alla crisi che si è aperta riteniamo opportuno come sia necessario rispondere con l’appello al dialogo fatto da Papa Francesco. Preghiamo per loro, per tutti gli afghani, con la speranza che anche le persone più fragili e in situazione di vulnerabilità possano vivere in pace e sicurezza. Rispondere a loro, come ai tanti rifugiati siriani e di altre parti del mondo, è un impegno fondamentale. Non possiamo lasciarli soli, ecco perché è importante mettere in atto sia gesti di meditazione e preghiera sia azioni in grado di coinvolgere le istituzioni a diversi livelli”.

Migranti, al via la campagna di raccolta fondi delle scalabriniane

Come la scorsa estate riparte la missione Scalabriniana a Lesbo, isola greca al centro degli arrivi di migliaia di rifugiati dal Medio Oriente e dall’Africa che cercano speranza e salvezza in Europa. E quest’anno le suore hanno lanciato una raccolta fondi dedicata. «La pandemia non ha fermato le richieste di aiuto e non ha fermato il flusso  – spiega suor Milva Caro, superiora della Provincia europea delle suore missionarie scalabriniane – Il nostro aiuto non può fermarsi e deve essere un sostegno di tutti. Davanti a quei bambini, a quelle famiglie, a quelle persone che hanno necessità, non possiamo tirarci indietro. Ecco perché quest’anno abbiamo lanciato una raccolta di fondi, una chiamata alla collaborazione per cercare di aiutarli. A Lesbo in migliaia vivono in una tendopoli, tra l’indifferenza delle istituzioni internazionali. Aiutiamo i loro piccoli a non interrompere l’istruzione, difendiamo le famiglie per dare loro una speranza concreta». «L’Italia è un Paese dal cuore grande – aggiunge suor Milva – sono certa che avremo una forte risposta perché non possiamo voltarci, non possiamo ignorare, non possiamo dire ‘no’. Lesbo è un luogo di arrivo e di partenza e spesso ci capita di trovare gli stessi rifugiati nelle nostre comunità in Europa in una nuova fase della loro vita». Per sostenere la missione di Lesbo delle Suore Scalabriniane è possibile dare il proprio gesto d’amore donando grazie all’Iban IT56D0306909606100000134864 intestato alla Provincia Italiana Congregazione delle Suore Missionarie di S. Carlo Borromeo Scalabriniane con causale “Lesbo 2021”.

“Donne autrici di un’altra storia”: il volume di Anna Moccia e Claudia Giampietro

“Un volume che sprigiona non solo l’ottimismo di quanti vogliono costruire un mondo migliore, ma che diffonde anche la speranza di chi sa che nella carità e nell’amore risiede la capacità di tutelare il bene comune”. Queste le parole che sr. Alessandra Smerilli, FMA, Sotto-Segretaria del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, scrive nella prefazione al testo “Donne autrici di un’altra storia. Un mosaico di voci per ripensare il presente”, curato a quattro mani da Anna Moccia, giornalista, e da Claudia Giampietro, canonista. Il libro, edito da Tau editrice, arriverà nelle librerie e negli store online a partire dal 26 luglio.

L’obiettivo del progetto, curato in collaborazione con la rivista digitale “Terra e Missione”, è uno scambio di messaggi di speranza tra le autrici e il mondo, raccolti intorno a tre aree: vulnerabilità, connessione e speranza. Le due curatrici hanno selezionato e tradotto i contributi di 30 autrici di diverse culture e religioni, provenienti da America, Europa, Asia, Africa e Oceania, offrendo riflessioni sul tempo di pandemia che stiamo vivendo: dall’impegno di sr. Roselei Bertoldo e sr. Rita Giaretta contro la tratta alla missione di sr. Rosemary Nyirumbe e Dominique Corti per salvare vite in Uganda. Dalla riflessione sulle donne nella Bibbia di Rosanna Virgili all’appello all’uguaglianza di Noemi Di Segni.

«A firmare i contributi – raccontano Anna Moccia e Claudia Giampietro – sono teologhe, psicologhe, religiose, storiche, ambientaliste, esperte di dialogo interreligioso, missionarie, donne che si battono contro la tratta di esseri umani. Insieme, riflettono sul cambiamento storico dovuto alla crisi pandemica, sulla vulnerabilità che ne è emersa nei diversi contesti geografici. Non mancano le domande sulle inevitabili conseguenze per la società, la vita religiosa, gli equilibri estremamente precari in cui si trovano numerose popolazioni, lo sfruttamento degli esseri umani, il ruolo della donna, l’interconnessione».

Il volume è dedicato a sr. Elisabetta Flick, religiosa delle Ausiliatrici del Purgatorio e figura chiave nel ministero di assistenza ai migranti, venuta a mancare a causa del Covid-19 ad aprile 2020, uno dei mesi più difficili della pandemia in Italia. I proventi delle autrici, derivanti dalla vendita del libro, saranno devoluti interamente a sostegno del progetto “Chaire Gynai (dal greco, ‘Benvenuta donna’), iniziativa coordinata dalle Suore missionarie Scalabriniane per le donne in situazioni di vulnerabilità.

A firmare la postfazione una donna che sicuramente sarà “autrice di un’altra storia”: sr. Nathalie Becquart, xmcj, scelta da Papa Francesco come prima donna con diritto di voto al Sinodo dei Vescovi. Suo l’augurio ai lettori affinché “queste voci di donne, animate dalla passione della vita a proteggere e condividere, ispirino ad operare sempre in primo luogo al servizio della nostra casa comune e del suo futuro”.

 

La scheda del libro

Giornata mondiale del rifugiato: Scalabriniane, anche l’esperienza di Dante Alighieri insegna l’importanza delle “porte aperte”

“Settecento anni. Tanti sono passati dalla morte di Dante Alighieri, il poeta della Divina Commedia. Dante era un rifugiato, e questo suo essere esule ricorda tutti quei rifugiati che ancora oggi sono costretti a muoversi da una parte all’altra del mondo. Per l’edizione 2021 della Giornata mondiale del rifugiato ricordiamo anche attraverso lui, padre della lingua italiana, quelle tantissime persone che chiedono aiuto e vengono accolte”. E’ quanto afferma in una nota suor Neusa de Fatima Mariano, superiora generale delle Suore Missionarie di San Carlo Borromeo/Scalabriniane, congregazione che sin dalla sua fondazione si occupa dell’assistenza ai migranti. “Davanti a un particolare contesto dell’epoca, Dante trovò ospitalità all’estero, fuggendo praticamente per larga parte della sua vita – spiega Suor Neusa per la Giornata mondiale del rifugiato di domani – Dall’esilio iniziò a scrivere i canti di Inferno, Purgatorio e Paradiso, producendo un’arte senza tempo. Se non ci fosse stata l’accoglienza forse non avremmo mai avuto una delle opere letterarie più belle e straordinarie. La vita di Dante ci conferma che aprire le porte ai rifugiati e coloro i quali migrano è un gesto, che un giorno potrebbe renderci testimoni di storie integrate, potremmo incontrare uno scrittore che ha abitato l’esilio. Questa Giornata mondiale del rifugiato ci piace viverla così, con l’esperienza di chi ha tracciato un solco, secoli fa e raccoglierne l’eredità. Accogliere è un gesto che, nell’anno del Poeta Dante, ci aiuterebbe a mettere in pratica quanto a Papa Francesco sta a cuore: verso un “noi” più grande”.

“Morire di speranza”: la preghiera per il 15 giugno

L’Associazione scalabriniane con i migranti ha aderito alla preghiera “Morire di speranza”, per la prossima Giornata mondiale del rifugiato, organizzata dalla Comunità di Sant’Egidio per il 15 giugno. Per quel giorno le Scalabriniane invitano a una proposta di intenzione di preghiera che è possibile leggere, anche adattandola alle crisi nei territori: “Per coloro che a Lesbo, in Libano, in Bangladesh al confine con Myanmar, e in tanti altri campi soffrono la privazione del futuro; perché la loro speranza non sia umiliata”. “Il mondo dei migranti e il mondo missionario sono un’anima sola – spiega suor Neusa de Fatima Mariano, presidente dell’Associazione e Superiora generale delle Suore Missionarie di San Carlo Borromeo/Scalabriniane – Ringraziamo la Comunità di Sant’Egidio per la preghiera comune. Invitiamo tutte le sorelle e le missionarie, formande e laici missionari scalabriniani sparsi nel mondo ad unirsi a noi”.

Triduo per la Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni

Dal 23 al 24 aprile è previsto un triduo per la 58esima Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni.

Migranti, Scalabriniane: Si sviluppa un circuito di mobilità nel centroamerica

La frontiera a Nord, tra Messico e Stati Uniti d’America, è uno dei principali corridoi migratori del mondo, segnato da violazioni dei diritti fondamentali e da un alto rischio per la vita dei migranti, con discriminazione e xenofobia. Ma la migrazione nel Continente è anche altro: ce n’è una centroamericana di cui si parla meno. E’ questo quanto contenuto nel dossier “Mobilità nella frontiera: Tijuana come spazio di (ri)costruzione della vita”, realizzato dal Csem- il Centro scalabriniano di studi migratori. L’analisi fatta dai ricercatori del Csem, parte proprio da Tijuana luogo di frontiera tra Usa e Messico dove proprio le scalabriniane hanno creato un modello di accoglienza nell’Istituto Madre Assunta, delle Suore Missionarie Scalabriniane. Il testo analizza la migrazione centroamericana da una prospettiva regionale più vasta, analizzando le differenze che hanno coinvolto i singoli Stati. El Salvador, Honduras e Guatemala possono considerarsi come nazioni che hanno avuto principalmente una emigrazione verso gli Stati Uniti. Il Belize, invece, ha la doppia caratteristica di essere sia recettore dei migranti centroamericani sia luogo di partenza verso gli Usa. Il Nicaragua, invece, è l’eccezione regionale, con alti indici di intensità migratoria verso il Costa Rica. Panama ha flussi importanti di migranti verso gli Usa, a causa della sua condizione storica e politica con la federazione e, ora, è un Paese che ha mutato in parte la propria realtà e ne accoglie molti. Ma esistono anche circuiti migratori intraregionali in Centroamerica, facilitati nel programma di libera circolazione Ca4 e per l’uso del dollaro a El Salvador e a Panama. In questo panorama risalta il caso del Messico, tanto che ora si parla di un circuito migratorio centroamericano. I dati parlano nel 2010 della presenza di 59,936 centroamericani nel Paese. Sono dodici milioni i messicani negli Usa, con una curva che ha avuto il suo picco nel 2007, con 6,9 milioni a partire da quell’anno. Secondo lo studio che tocca l’America, dal 1970 al 2020 il contesto sociopolitico è mutamente cambiato. Se negli anni Settanta il tipo di migrazione era principalmente politica (a causa dell’esilio derivato da dittature e da regimi coloniali di Belize e Panama), si è passati ai lavoratori economici degli anni Novanta e ai primi rifugiati ambientali e sfollati interni degli anni Duemila. Dal 2010, invece, l’America è caratterizzata da rifugiati, dalle migrazioni familiari, infantili e giovanili e dalle carovane dei migranti. Particolarmente critica è la violenza omicida che caratterizza alcuni Paesi: il tasso più elevato è a El Salvador (58 omicidi ogni 100.000 abitanti, con una media tra il 2016 e il 2019), poi Honduras (45 ogni 100.000), Belize (36,5 ogni 100.000).  Le rimesse incidono parecchio sui sistemi economici dell’America Latina: a El Salvador contano il 21,4% del Pil, in Honduras il 20%, in Guatemala il 12%, in Nicaragua l’11,3%, in Belize il 5% e in Messico il 2,7%. Uno dei temi maggiormente trattati è stato quello della violenza istituzionale. In 5 anni il Venezuela ha espulso ha espulso 4,5 milioni di persone, specialmente verso i Paesi dell’America Latina. Nel 2014 solo il 2,3 per cento della popolazione venezuelana viveva all’estero e nel 2019 la cifra è cresciuta al 16%, la seconda dell’America Latina dopo El Salvador, la cui percentuale è al 25%. Il Messico ha il 10% dei suoi cittadini all’estero. Ma nel Sud del continente, si legge nello studio, “inefficienza, rozzezza e bassezza di molte istituzioni pubbliche e private, esercitano una violenza passiva sulla popolazione”. Oggi, “l’impunità istituzionale, la violenza sistemica e la povertà neoliberale hanno portato alle principali cause della migrazione”.

Mobilità nella frontiera: lo studio del Csem sui migranti in America

Leggi qui il volume “Mobilità nella frontiera” edito dal Csem (Centro scalabriniano di studi migratori), uno studio sulla mobilità in America.

Giornata di preghiera contro la tratta, Scalabriniane: Importante il ruolo delle donne contro lo sfruttamento

“Chi sfrutta gli esseri umani agisce contro la vita. Chi partecipa a questo traffico e violenta i sogni e i pensieri degli altri è complice di un peccato contro l’umanità intera. Oggi per la Giornata mondiale di preghiera e riflessione contro la tratta siamo tutte impegnate per far sentire la nostra voce contro chi non chiude gli occhi”. A dirlo è suor Neusa de Fatima Mariano, superiora generale delle Suore Missionarie Scalabriniane, congregazione che sin dalla sua fondazione si occupa dell’assistenza ai migranti. Il Comitato internazionale della Giornata mondiale, coordinato da Talitha Kum, la rete della vita consacrata contro la tratta di persone dell’Uisg, l’Unione internazionale delle superiore generali, in partenariato con la Sezione migranti e rifugiati del Dicastero per il servizio allo sviluppo umano integrale, Caritas internationalis, l’Unione mondiale delle Organizzazioni femminile cattoliche, il Movimento dei focolari e tante altre organizzazioni, hanno organizzato per oggi una maratona di preghiera che quest’anno sarà on-line, dalle 10 alle 17, in cinque lingue. Sarà possibile vederla all’indirizzo www.youtube.com/c/preghieracontrotratta. Tra i momenti più attesi, alle 13.40, il messaggio video di Papa Francesco che ha istituito nel 2015 la Giornata mondiale. Sui social sarà possibile sostenere la campagna all’indirizzo #PrayAgainstTrafficking. “Le donne nella lotta alla tratta rivestono un ruolo importante – aggiunge suor Neusa – Sono alla base di un impegno economico continuo e costante per rafforzare la famiglia e le comunità. Il lavoro umile e dignitoso delle donne può aiutare a battere questo crimine orribile. Noi congregazioni religiose, nelle diverse frontiere del mondo, ci stiamo impegnando a sviluppare progetti di microcredito a favore di uno sviluppo economico locale proprio per dare uno dei segni che la lotta alla tratta è possibile.  Moltissime donne stanno partecipando anche alle iniziative poste in essere dalla Congregazione delle Scalabriniane, proprio per garantirsi un futuro basato sulle loro aspettative e sui loro sogni positivi. Sosteniamo e partecipiamo a questa iniziativa perché crediamo che tutti insieme possiamo far sentire la nostra voce, una maggioranza silenziosa contro l’odio e la violenza – aggiunge suor Neusa – Continuiamo a pregare per le vittime di questa strage silente, per le istituzioni perché inseriscano la lotta alla tratta tra le priorità di intervento, per i criminali affinché si ravvedano e capiscano che la loro è una azione senza alcun futuro”.

Migranti, in Ecuador le scalabriniane creano la “strada dell’accoglienza”

In Ecuador si sostengono i migranti venezuelani grazie alla “strada dell’accoglienza”. In Venezuela, la crisi politica, economica e sociale sta costringendo migliaia di persone alla fuga e l’Ecuador è un Paese di transito per chi voglia arrivare in Perù e Cile, luoghi dove ritengono di poter trovare maggiori opportunità. Il Venezuela vive in una situazione politica particolarmente complessa: la presidenza di Nicolas Maduro è contestata da Juan Guaidò e migliaia sono i migranti che passano attraverso le trochas, le scorciatoie, i cammini che attraversano la Colombia per arrivare in Ecuador. Le Suore Scalabriniane, congregazione di missionarie che sin dalla sua fondazione, 125 anni fa, assiste i migranti, ha creato una “strada dell’assistenza” con una casa che è stata inaugurata questo mese e un’altra che aprirà a marzo. Si tratta di un percorso che in  Ecuador è composto dai “Centri di cura integrata”, luoghi che accolgono i migranti nel percorso verso Quito, la capitale e le altre province dell’Ecuador alla frontiera del Perù. Il viaggio solca l’itinerario ecuadoriano che passa lungo la Panamericana, la strada che dall’Alaska porta fino a Usuhaia, nel picco più a Sud dell’Argentina. In Ecuador i punti di questa “strada dell’accoglienza” sono tre: uno è il centro di accoglienza di Tulcàn (la ‘Casa del Camminante’) che aprirà a marzo, proprio al confine con la Colombia. Poi, a 3 ore di distanza, c’è il centro di Ibarra (con la ‘Casa del Cristo Pellegrino’) e da lì, con altre tre ore di viaggio, il centro nella Provincia di Santo Domingo (il Centro di cura integrale ‘Gesù della Divina Provvidenza’) inaugurato il primo febbraio. “Il nostro lavoro è molteplice – dice suor Leda Reis, missionaria scalabriniana in Ecuador, responsabile e coordinatrice delle case – Prima di tutto cerchiamo di aiutare i migranti facendo da tramite con l’ambasciata e il consolato per sistemare la loro documentazione, ma non è spesso un compito facile perché proprio quei migranti fuggono da uno Stato che non li riconosce. Poi li aiutiamo cercando di avviare percorsi di integrazione, puntando alla loro formazione e alla loro valorizzazione”. “E’ un centro di cura integrale, non si trattano di mere case d’accoglienza perché vogliamo aiutare l’essere umano nel suo tutto e non solo come numeri – aggiunge suor Leda – Ecco perché vogliamo potenziarli nella loro capacità e dignità di essere famiglia e nel loro essere costruttori, anche se invisibili, di politiche di pace. Lavoriamo in squadra, anche con persone professioniste che collaborano con le istituzioni per la loro protezione, per dare loro strumenti per vivere e per far partecipare ai programmi di mediocredito”.