Triduo per la Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni

Dal 23 al 24 aprile è previsto un triduo per la 58esima Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni.

Migranti, Scalabriniane: Si sviluppa un circuito di mobilità nel centroamerica

La frontiera a Nord, tra Messico e Stati Uniti d’America, è uno dei principali corridoi migratori del mondo, segnato da violazioni dei diritti fondamentali e da un alto rischio per la vita dei migranti, con discriminazione e xenofobia. Ma la migrazione nel Continente è anche altro: ce n’è una centroamericana di cui si parla meno. E’ questo quanto contenuto nel dossier “Mobilità nella frontiera: Tijuana come spazio di (ri)costruzione della vita”, realizzato dal Csem- il Centro scalabriniano di studi migratori. L’analisi fatta dai ricercatori del Csem, parte proprio da Tijuana luogo di frontiera tra Usa e Messico dove proprio le scalabriniane hanno creato un modello di accoglienza nell’Istituto Madre Assunta, delle Suore Missionarie Scalabriniane. Il testo analizza la migrazione centroamericana da una prospettiva regionale più vasta, analizzando le differenze che hanno coinvolto i singoli Stati. El Salvador, Honduras e Guatemala possono considerarsi come nazioni che hanno avuto principalmente una emigrazione verso gli Stati Uniti. Il Belize, invece, ha la doppia caratteristica di essere sia recettore dei migranti centroamericani sia luogo di partenza verso gli Usa. Il Nicaragua, invece, è l’eccezione regionale, con alti indici di intensità migratoria verso il Costa Rica. Panama ha flussi importanti di migranti verso gli Usa, a causa della sua condizione storica e politica con la federazione e, ora, è un Paese che ha mutato in parte la propria realtà e ne accoglie molti. Ma esistono anche circuiti migratori intraregionali in Centroamerica, facilitati nel programma di libera circolazione Ca4 e per l’uso del dollaro a El Salvador e a Panama. In questo panorama risalta il caso del Messico, tanto che ora si parla di un circuito migratorio centroamericano. I dati parlano nel 2010 della presenza di 59,936 centroamericani nel Paese. Sono dodici milioni i messicani negli Usa, con una curva che ha avuto il suo picco nel 2007, con 6,9 milioni a partire da quell’anno. Secondo lo studio che tocca l’America, dal 1970 al 2020 il contesto sociopolitico è mutamente cambiato. Se negli anni Settanta il tipo di migrazione era principalmente politica (a causa dell’esilio derivato da dittature e da regimi coloniali di Belize e Panama), si è passati ai lavoratori economici degli anni Novanta e ai primi rifugiati ambientali e sfollati interni degli anni Duemila. Dal 2010, invece, l’America è caratterizzata da rifugiati, dalle migrazioni familiari, infantili e giovanili e dalle carovane dei migranti. Particolarmente critica è la violenza omicida che caratterizza alcuni Paesi: il tasso più elevato è a El Salvador (58 omicidi ogni 100.000 abitanti, con una media tra il 2016 e il 2019), poi Honduras (45 ogni 100.000), Belize (36,5 ogni 100.000).  Le rimesse incidono parecchio sui sistemi economici dell’America Latina: a El Salvador contano il 21,4% del Pil, in Honduras il 20%, in Guatemala il 12%, in Nicaragua l’11,3%, in Belize il 5% e in Messico il 2,7%. Uno dei temi maggiormente trattati è stato quello della violenza istituzionale. In 5 anni il Venezuela ha espulso ha espulso 4,5 milioni di persone, specialmente verso i Paesi dell’America Latina. Nel 2014 solo il 2,3 per cento della popolazione venezuelana viveva all’estero e nel 2019 la cifra è cresciuta al 16%, la seconda dell’America Latina dopo El Salvador, la cui percentuale è al 25%. Il Messico ha il 10% dei suoi cittadini all’estero. Ma nel Sud del continente, si legge nello studio, “inefficienza, rozzezza e bassezza di molte istituzioni pubbliche e private, esercitano una violenza passiva sulla popolazione”. Oggi, “l’impunità istituzionale, la violenza sistemica e la povertà neoliberale hanno portato alle principali cause della migrazione”.

Mobilità nella frontiera: lo studio del Csem sui migranti in America

Leggi qui il volume “Mobilità nella frontiera” edito dal Csem (Centro scalabriniano di studi migratori), uno studio sulla mobilità in America.

Giornata di preghiera contro la tratta, Scalabriniane: Importante il ruolo delle donne contro lo sfruttamento

“Chi sfrutta gli esseri umani agisce contro la vita. Chi partecipa a questo traffico e violenta i sogni e i pensieri degli altri è complice di un peccato contro l’umanità intera. Oggi per la Giornata mondiale di preghiera e riflessione contro la tratta siamo tutte impegnate per far sentire la nostra voce contro chi non chiude gli occhi”. A dirlo è suor Neusa de Fatima Mariano, superiora generale delle Suore Missionarie Scalabriniane, congregazione che sin dalla sua fondazione si occupa dell’assistenza ai migranti. Il Comitato internazionale della Giornata mondiale, coordinato da Talitha Kum, la rete della vita consacrata contro la tratta di persone dell’Uisg, l’Unione internazionale delle superiore generali, in partenariato con la Sezione migranti e rifugiati del Dicastero per il servizio allo sviluppo umano integrale, Caritas internationalis, l’Unione mondiale delle Organizzazioni femminile cattoliche, il Movimento dei focolari e tante altre organizzazioni, hanno organizzato per oggi una maratona di preghiera che quest’anno sarà on-line, dalle 10 alle 17, in cinque lingue. Sarà possibile vederla all’indirizzo www.youtube.com/c/preghieracontrotratta. Tra i momenti più attesi, alle 13.40, il messaggio video di Papa Francesco che ha istituito nel 2015 la Giornata mondiale. Sui social sarà possibile sostenere la campagna all’indirizzo #PrayAgainstTrafficking. “Le donne nella lotta alla tratta rivestono un ruolo importante – aggiunge suor Neusa – Sono alla base di un impegno economico continuo e costante per rafforzare la famiglia e le comunità. Il lavoro umile e dignitoso delle donne può aiutare a battere questo crimine orribile. Noi congregazioni religiose, nelle diverse frontiere del mondo, ci stiamo impegnando a sviluppare progetti di microcredito a favore di uno sviluppo economico locale proprio per dare uno dei segni che la lotta alla tratta è possibile.  Moltissime donne stanno partecipando anche alle iniziative poste in essere dalla Congregazione delle Scalabriniane, proprio per garantirsi un futuro basato sulle loro aspettative e sui loro sogni positivi. Sosteniamo e partecipiamo a questa iniziativa perché crediamo che tutti insieme possiamo far sentire la nostra voce, una maggioranza silenziosa contro l’odio e la violenza – aggiunge suor Neusa – Continuiamo a pregare per le vittime di questa strage silente, per le istituzioni perché inseriscano la lotta alla tratta tra le priorità di intervento, per i criminali affinché si ravvedano e capiscano che la loro è una azione senza alcun futuro”.

Migranti, in Ecuador le scalabriniane creano la “strada dell’accoglienza”

In Ecuador si sostengono i migranti venezuelani grazie alla “strada dell’accoglienza”. In Venezuela, la crisi politica, economica e sociale sta costringendo migliaia di persone alla fuga e l’Ecuador è un Paese di transito per chi voglia arrivare in Perù e Cile, luoghi dove ritengono di poter trovare maggiori opportunità. Il Venezuela vive in una situazione politica particolarmente complessa: la presidenza di Nicolas Maduro è contestata da Juan Guaidò e migliaia sono i migranti che passano attraverso le trochas, le scorciatoie, i cammini che attraversano la Colombia per arrivare in Ecuador. Le Suore Scalabriniane, congregazione di missionarie che sin dalla sua fondazione, 125 anni fa, assiste i migranti, ha creato una “strada dell’assistenza” con una casa che è stata inaugurata questo mese e un’altra che aprirà a marzo. Si tratta di un percorso che in  Ecuador è composto dai “Centri di cura integrata”, luoghi che accolgono i migranti nel percorso verso Quito, la capitale e le altre province dell’Ecuador alla frontiera del Perù. Il viaggio solca l’itinerario ecuadoriano che passa lungo la Panamericana, la strada che dall’Alaska porta fino a Usuhaia, nel picco più a Sud dell’Argentina. In Ecuador i punti di questa “strada dell’accoglienza” sono tre: uno è il centro di accoglienza di Tulcàn (la ‘Casa del Camminante’) che aprirà a marzo, proprio al confine con la Colombia. Poi, a 3 ore di distanza, c’è il centro di Ibarra (con la ‘Casa del Cristo Pellegrino’) e da lì, con altre tre ore di viaggio, il centro nella Provincia di Santo Domingo (il Centro di cura integrale ‘Gesù della Divina Provvidenza’) inaugurato il primo febbraio. “Il nostro lavoro è molteplice – dice suor Leda Reis, missionaria scalabriniana in Ecuador, responsabile e coordinatrice delle case – Prima di tutto cerchiamo di aiutare i migranti facendo da tramite con l’ambasciata e il consolato per sistemare la loro documentazione, ma non è spesso un compito facile perché proprio quei migranti fuggono da uno Stato che non li riconosce. Poi li aiutiamo cercando di avviare percorsi di integrazione, puntando alla loro formazione e alla loro valorizzazione”. “E’ un centro di cura integrale, non si trattano di mere case d’accoglienza perché vogliamo aiutare l’essere umano nel suo tutto e non solo come numeri – aggiunge suor Leda – Ecco perché vogliamo potenziarli nella loro capacità e dignità di essere famiglia e nel loro essere costruttori, anche se invisibili, di politiche di pace. Lavoriamo in squadra, anche con persone professioniste che collaborano con le istituzioni per la loro protezione, per dare loro strumenti per vivere e per far partecipare ai programmi di mediocredito”.

Diario da Lesbo – Prima parte

Un’isoletta nel mare può essere una frontiera, cuore dei flussi di esseri umani che dal Medio Oriente arrivano in Europa. Lesbo, un’isoletta che politicamente della Grecia ma che è vicinissima, a livello geografico, alla Turchia, per noi non è un punto di arrivo, ma un punto di partenza. Siamo in quattro, partite grazie alla collaborazione stretta tra la Comunità di Sant’Egidio e la nostra Congregazione religiosa, le Suore Missionarie di San Carlo Borromeo, Scalabriniane. Viviamo per i migranti: questo è il nostro carisma. Siamo Suor Marlene e suor Leticia e due donne in formazione, Monica Leticia, postulante e l’aspirante Laura. Veniamo da storie e da luoghi diversi del mondo, ed essere qui è per noi una nota di orgoglio. Per chi ancora non ha emesso i voti è bello cominciare da qui, in un luogo dove il sole picchia forte, in un angolo di mondo conosciuto fino a poco tempo fa per le spiagge e per la sua destinazione turistica da ‘Paesi ricchi’, che per noi ha una veste completamente diversa. L’isola di Lesbo, proprio come Lampedusa in Italia, sta dimostrando la sua forza nell’accoglienza. Ci sono circa 15.000 tra profughi e rifugiati che vengono a chiedere aiuto. Siamo arrivate a fine luglio e ci siamo messe subito al lavoro per cercare di capire come dare una mano. La terra brulla e ocra dell’isola ti entra fin nella pelle. La mascherina fa sentire ancor più il calore dell’estate del Mediterraneo. Il sole picchia, come dicevamo, ed è stato doveroso creare uno spazio, ombreggiato, dove creare un’area mensa. L’abbiamo ricavata all’interno di un vecchio frantoio. Uno spazio che, rispettando le misure di contenimento del Covid-19, arriva ad avere circa 300 posti a sedere. Cerchiamo, in questo modo, di rendere loro più semplice la vita. A Lesbo, dopo un viaggio che ha il sapore della scommessa della vita, i rifugiati vivono qui in tende o baracche più o meno improvvisate, luoghi che diventano roventi con questo caldo. Girare per le loro case di fortuna, però, non ci avvilisce perché hanno un tesoro da mostrare: il loro sorriso. Lo fanno i grandi ma soprattutto i più piccoli. Sorridono perché hanno la speranza, perché in Europa si sentono più al sicuro, perché hanno modo di toccare con mano che siamo qui per aiutare loro, per cercare di tendere una mano con la speranza che il loro futuro sia più a colori. La cosa che ci fa sbalordire sono i bambini: hanno una forza di vivere e un coraggio da vendere. Non si voltano, guardano sempre in avanti.

Migranti, a Lesbo una nuova missione delle Scalabriniane grazie alla collaborazione con la Comunità di Sant’Egidio

Oggi parte per Lesbo una nuova missione temporanea delle Suore Missionarie Scalabriniane. Ad agosto si succederanno due gruppi di religiose. Grazie alla collaborazione con la Comunità di Sant’Egidio svolgeranno un servizio di assistenza ai profughi che arrivano nell’isola greca. A comporre l’equipe di servizio saranno suor Marlene Vieira, brasiliana che opera in Belgio, suor Leticia Gutierrez Valderrama, messicana che lavora in Spagna e due giovani in formazione, la postulante argentina Monica Leticia Tozzi e l’aspirante italiana Laura Lazzoni, di Roma. «Lesbo è uno dei luoghi del mondo nel cuore di Papa Francesco, perché è un corridoio umanitario che punta all’integrazione dei profughi – spiega suor Milva Caro, superiora provinciale delle Scalabriniane –  Ringraziamo la Comunità di Sant’Egidio per la collaborazione straordinaria perché, sin da subito, ci ha aperto le porte. Ci motiva il nostro carisma che ci invia a stare e a camminare accanto ai migranti, anche alla luce della nostra esperienza legata al servizio itinerante, che ci vede nei luoghi più ‘caldi’ dei flussi migratori, anche in Europa». Le suore saranno coinvolte nella preparazione dei pasti quotidiani per i rifugiati (circa 150 al giorno), nell’insegnamento della lingua inglese, nel servizio di assistenza ai bambini e nella collaborazione per la comunità cattolica francofona. «Accogliere è un concetto universale – prosegue suor Milva – In ogni angolo del mondo, anche ai tempi del Covid, tendere una mano d’aiuto vuol dire essere umani, regalare pezzetti di futuro e speranza. Stiamo andando  in punta di piedi  per chiedere il permesso di fare un po’ di bene, come diceva il beato Scalabrini,  nostro fondatore e padre dei migranti, seguendo l’esempio di Gesù Cristo e volendo anche essere le braccia e le orecchie di Papa Francesco, che a Lesbo ha il cuore rivolto alla situazione dei profughi».

Migranti, Riccardi (Sant’Egidio): Le vie dell’illegalità non danno sicurezza

“Le vie dell’illegalità non danno sicurezza né a chi fa il viaggio né al Paese che accoglie. Qualcuno dice che i corridoi umanitari durante la pandemia non sono possibili, io penso che la pandemia riguarda tutti. I corridoi umanitari non sono finiti e continuano anche dopo il lockdown”. E’ quanto ha detto Andrea Riccardi, della Comunità di Sant’Egidio, parlando a Roma all’arrivo di un gruppo di profughi afgani grazie ai corridoi umanitari. “E stata una lunghissima  attesa per queste famiglie di afgani – ha detto Riccardi – I corridoi si riaprono e si iniziano dei percorsi di inserimento nella società italiana.  Questa è una speranza e una gioia per loro”.

Papa ricorda Lampedusa: E’ Cristo che bussa alla nostra porta

“L’incontro con l’altro è anche incontro con Cristo. Ce l’ha detto Lui stesso. È Lui che bussa alla nostra porta affamato, assetato, forestiero, nudo, malato, carcerato, chiedendo di essere incontrato e assistito, chiedendo di poter sbarcare”. Lo ha detto Papa Francesco, nel corso della sua nella cappella di Santa Marta, dove ha ricordato il settimo anniversario della sua visita a Lampedusa. “Penso alla Libia, ai campi di detenzione, agli abusi e alle violenze di cui sono vittime i migranti, ai viaggi della speranza, ai salvataggi e ai respingimenti” aggiunge.

Migranti, Scalabriniane: Sono creativi, insegnano a ravvivare la vita

L’impegno a sostegno delle migrazioni è una “grande luce” che permette di perseguire nuove sfide e strategie per il dialogo e il confronto tra i popoli. L’occasione per fare il punto delle migrazioni e per declinare così l’impegno del carisma scalabriniano su scala internazionale è stato un incontro, svolto in webinar, che ha portato proprio le Suore Missionarie di San Carlo Borromeo/Scalabriniane, a fare il punto con le proprie diverse comunità del mondo. Un impegno che le vede coinvolte in 27 Paesi e nei luoghi di frontiera più caldi, dove le emergenze si susseguono giorno dopo giorno. “E’ importante fare rete e coltivare nuove strategie per la migrazione – spiega suor Neusa de Fatima Mariano, superiora generale delle Scalabriniane – Così siamo più forti e viviamo le sfide che abbiamo davanti. L’impegno che abbiamo è per noi una ‘grande luce’”. Nel mondo, nel solo 2019, sono stati 80 milioni i rifugiati costretti a migrare. “Abbiamo grandi sfide che passano attraverso la creazione dei corridoi umanitari a tutela dei diritti umani, l’interruzione delle politiche di costruzione dei muri, l’impegno nella lotta alla tratta, essere una maglia attiva delle reti di accoglienza umanitaria a donne e bambini in situazione di vulnerabilità”, spiega Suor Neusa che aggiunge come “i migranti oggi provocano un cambiamento e per noi sono un’opportunità per confermare il carisma scalabriniano”. A parlare nel corso dell’incontro internazionale, poi, tre esperienze simili ma allo stesso tempo diverse e che sono svolte dalle Scalabriniane in alcune aree di crisi del mondo. La prima è quella di suor Janete Aparecida Ferreira, che ha preso parte al servizio itinerante di Tijuana, al confine tra Messico e Stati Uniti d’America. “Vogliamo rispondere agli appelli dei migranti e tentare di difendere i loro progetti e di proteggere la loro vita. Siamo in un luogo di frontiera con gli Usa, dove milioni di persone passano per avere un futuro migliore”. Suor Rosa Maria Zanchin, invece, con i suoi 43 anni di vita consacrata alle spalle, si trova a Messina. “Sono in una terra di emigrazione e di immigrazione – sottolinea – Qui oggi ci sono due difficoltà, una delle quali è quella di non sapere la lingua del migrante che arriva. La seconda, è invece la difficoltà del migrante di far capire la sua storia e il suo trauma. I migranti sono creativi, non si danno per vinti, insegnano a ravvivare la vita”. Suor Eleia Scariot, invece, cura a Roma il progetto Chaire Gynai, case di accoglienza per donne rifugiate con bimbi e in situazione di vulnerabilità. “Lavoriamo con ogni donna, dal momento in cui entra in casa, con un progetto personale che nasce a partire dal sogno che loro hanno, con progetti accompagnati e controllati”, spiega. Ed è proprio questo il percorso dell’assistenza ai migranti promosso dalle Scalabriniane: la cura di ognuno, senza trattare le persone come numeri ma coscienti che dietro di loro c’è una storia sempre diversa.

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