Una nuova missione nella diocesi di Lausanne

Siamo arrivate a Neuchâtel, nella Svizzera Romande , de lingua francese,   il 28 gennaio 2019 per dare inizio ad una nuova missione nella diocesi di Lausanne, Ginevra e Fribourg , con una presenza nel cantone di Neuchâtel.

Siamo arrivate a Neuchâtel

Festa di San Carlo Borromeo, Patrono della Congregazione, Giorno dell’animazione vocazionale

Il messaggio di suor Neusa de Fatima Mariano  – Circolare

Chiesa: Compiono 125 anni le Scalabriniane, le suore dei migranti

Compiono 125 anni le Suore Missionarie di San Carlo Borromeo, le “Scalabriniane”. Da quel 25 ottobre 1895 sono le “suore dei migranti”. Sarà un Giubileo tutto particolare quello di quest’anno, in piena pandemia di Covid-19. Per questo motivo le comunità missionarie dei 27 Paesi del mondo si sono organizzate con eventi online e momenti di raccoglimento e preghiera. Le iniziative (che dureranno per tutto un anno) partono a Piacenza, dove oggi si è tenuta una celebrazione eucaristica nella Cattedrale della città, nello stesso luogo dove è possibile vedere le spoglie mortali del fondatore, il beato Giovanni Battista Scalabrini. Quel 25 ottobre di 125 anni fa, alla presenza del cofondatore, il venerabile padre Giuseppe Marchetti, quattro suore pioniere, la beata Madre Assunta Marchetti (cofondatrice) Carolina Marchetti, Angela Larini e Maria Franceschini, emisero i primi voti. “Ancora echeggia forte nel nostro cuore l’appello che ci ha rivolto papa Francesco, dicendo ‘Vi incoraggio a mettere il vostro carisma sempre più a servizio della Chiesa’ espressione che alimenta la memoria storica, facendo incrociare il passato e il presente, non rimanendo solo dentro a questa celebrazione, ma abitando nel cuore delle migrazioni, ‘non solo come memoria del passato, ma come profezia per l’avvenire’, nell’attenzione alle sfide del nostro tempo, seguendo Gesù Cristo, “sempre in cammino” verso i migranti e i rifugiati – spiega suor Neusa de Fatima Mariano, superiora generale – Nella grazia di questo tempo giubilare vogliamo proseguire il cammino confermate nella fede e nella speranza, camminando umilmente con il nostro Dio”. “Il volto di Gesù Cristo è nei tanti migranti che, nel mondo, fuggono o si rifugiano. È un volto che soffre, ma pieno di speranza – prosegue suor Neusa – Le Scalabriniane hanno sempre accolto a braccia aperte, nel profondo spirito di quel Gesù che ha sempre chiesto di aprire i cuori e di guardare il mondo con gli occhi puri. Lo facciamo da 125 anni e continueremo a farlo, con quella stessa passione delle nostre prime suore, in obbedienza al mandato evangelico – ero forestiero e mi avete ospitato”. La celebrazione religiosa è avvenuta alla presenza di monsignor Luigi Chiesa, vicario del vescovo di Piacenza, Adriano Cevolotto.

Messaggio per la Giornata Mondiale delle Missioni

Messaggio per la Giornata Mondiale delle Missioni di Sr. Neusa de Fatima Mariano, superiora generale.

Giornata mondiale dei migranti, Scalabriniane: Accogliere oggi come se si dovesse accogliere Cristo profugo

“Nella fuga in Egitto Gesù sperimentò l’essere profugo. Negli occhi di Maria e Giuseppe vediamo gli stessi sguardi preoccupati e segnati dalla paura dei rifugiati di oggi. In Cristo, invece, vediamo visto le stesse condizioni dei tanti bambini che oggi si trovano ad essere improvvisamente adulti, con l’infanzia lacerata dalle crudeltà umane. La sacra Famiglia in cerca di rifugio, in Egitto, ci ricorda la condizione drammatica delle famiglie esuli, che vivono di paura, di incertezze e disagi. Nella sacra famiglia in esilio oggi ci sentiamo nel dovere di assistere quelle tante famiglie che chiedono aiuto”. A dirlo è suor Neusa de Fatima Mariano, Superiora generale delle Scalabriniane, Congregazione che sin dalla sua fondazione si occupa dell’assistenza ai migranti, per la 106esima Giornata mondiale del migrante e del rifugiato del 27 settembre. “Papa Francesco è illuminante nella sua visione di Pontificato – spiega suor Neusa – E ancora una volta esprime una preoccupazione sua personale e di tutta la Chiesa, per le ‘persone in mobilità’. Il messaggio del Pontefice si basa su sei verbi che si traducono in azioni molto concrete, collegate in una relazione di causa-effetto: conoscere e comprendere, farsi prossimo e servire, riconciliarsi e ascoltare, crescere e condividere, coinvolgere e promuovere, collaborare e costruire. Rispondere ai quattro verbi già presentati tempo fa dal Papa è una sfida pastorale che abbracciamo con forza: bisogna accogliere, proteggere, promuovere e integrare”. La 106esima Giornata si celebra in sintonia con il Giubileo della Congregazione. Infatti, sono passati 125 anni dalla nascita della Congregazione. “Quest’anno abbiamo un’occasione in più – prosegue la Superiora generale – per sensibilizzare sulle persone migranti e rifugiate, come consacrate per i migranti ad offrire intensamente la nostra comunione e solidarietà preghiera e a rispondere agli appelli che la migrazione stessa ci mette davanti agli occhi fisici e agli occhi del cuore”. 

Il messaggio di suor Neusa de Fatima Mariano, superiora generale, per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato

In allegato il messaggio di suor Neusa de Fatima Mariano, superiora generale, per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato.

Prot. 135 Giornata Migranti e rifugiati

Lesbo: nulla sia come prima

Papa Francesco lo ha ripetuto ieri, con forza, all’Angelus: occorre assicurare “un’accoglienza umana e dignitosa a chi cerca asilo”. Sostenendo il messaggio del Papa, la Comunità di Sant’Egidio, il Jesuit Refugee Service e le Suore missionarie di San Carlo Borromeo (Scalabriniane) lanciano un appello: Dopo l’incendio che ha distrutto il campo e creato enormi difficoltà a chi viveva già un inferno, nulla sia come prima. L’Unione Europea, in collaborazione con il governo greco, intervenga con immediatezza nel segno dell’accoglienza e dell’integrazione di un numero di persone che certamente è alla sua portata. Con estrema urgenza nelle prossime ore devono essere prese importanti decisioni per salvare le persone più vulnerabili, a partire da malati, donne e bambini. Solo privilegiando la strada del dialogo e delle relazioni pacifiche, sarà possibile arrivare a una soluzione nell’interesse di tutti. Ma ritardare o, peggio, far finta di niente in attesa che si crei una nuova precarietà permanente a danno di famiglie che risiedono da mesi nell’isola, alcune da anni, sarà gravemente colpevole per un continente che è simbolo di rispetto dei diritti umani, una vergogna di fronte alla storia.

Le tre realtà che promuovono questo appello – da tempo vicine, con diversi interventi, ai profughi che risiedono a Lesbo e in tutta la Grecia – chiedono in particolare di:

alloggiare, il prima possibile, gli sfollati dell’incendio di Moria in strutture di piccole dimensioni, forniti di servizi.

garantire il libero accesso alle associazioni umanitarie per soccorrere i migranti nelle loro necessità più immediate, in particolare nei confronti di malati, donne e bambini, anziani;

– decidere contemporaneamente, a livello dell’Unione o dei singoli paesi europei che si offrono, il necessario ricollocamento di non solo dei minori non accompagnati ma anche delle famiglie e degli individui vulnerabili presenti nell’isola;

cambiare il modello di accoglienza nell’isola di Lesbo per i nuovi arrivi dalla Turchia prevedendo strutture di accoglienza su base transitoria, gestibili e rispettose della dignità umana, salvaguardando il diritto di ciascun profugo, di qualsiasi provenienza, a chiedere asilo.

 

Le tre realtà promotrici di questo appello ricordano inoltre che, dal febbraio 2016, è nata l’esperienza dei corridoi umanitari, avviata anche a Lesbo dallo stesso Francesco quando, il 16 aprile 2016, portò con sé in aereo le prime tre famiglie per un totale di 67 profughi con l’intervento dell’Elemosineria Apostolica e della Comunità di Sant’Egidio. Si tratta di una via che occorre continuare a percorrere per salvare altri profughi facendo rete con tante associazioni, parrocchie, cittadini comuni che si sono offerti di accogliere con grande generosità. “Le esperienze già avviate in alcuni paesi – hanno ricordato i cardinali Krajewski, Hollerich e Czerny nella loro lettera agli episcopati europei del 28 gennaio scorso – dimostrano che le possibilità della buona accoglienza sono superiori a quanto si sperasse”. Per questo auspichiamo anche che le conferenze episcopali europee sollecitino i loro rispettivi governi a elaborare nuovi progetti di accoglienza e di integrazione, due pratiche che fanno bene non solo ai migranti, ma molto, in termini di valori e di futuro, a tutti i cittadini europei.

Moria, Sr. Neusa de Fatima Mariano: “Lì detenuti per il reato di speranza”

“L’incendio al campo profughi di Moria, a Lesbo, conferma ancora una volta come gli Stati di tutta Europa non possono essere ciechi davanti a una crisi dettata dal voler voltare le spalle a chi chiede aiuto. Non possiamo essere sordi nei riguardi di persone che stanno vivendo ben oltre il limite della sopravvivenza. Quella dei migranti di Moria è una ‘non vita’ perché sono in condizioni inumane, come se fossero detenuti per il reato di speranza”. Lo dice in una nota suor Neusa de Fatima Mariano, superiora generale delle Scalabriniane, congregazione che sin dalla sua fondazione si occupa dell’assistenza ai migranti. “Ci uniamo per l’ennesima volta ai tanti appelli di Papa Francesco per voler trovare una soluzione cristiana, in grado di dare ai tanti profughi, volti di Cristo, la possibilità di vivere davvero in un mondo giusto, equo, che possa permettere loro di sentirsi sicuri”, aggiunge.

Diario da Lesbo – Quarta parte

Uno dei momenti più commoventi, per una religiosa qui a Lesbo, è ricevere la comunione, in un momento di preghiera che coinvolge persone dalle nazionalità più diverse. Sulle pendici del monte di Moria, il momento comune di raccoglimento richiama una piccola rappresentanza di profughi. Don Gervais ha il compito di accompagnarci, di presentarci e commentarci le parole del Vangelo, un una comunità senza frontiere. E’ questo il momento forse più toccante per chi, tutti i giorni, porta nel cuore il pensiero di Cristo, del fondatore della Congregazione e dei suoi cofondatori. Le cene comunitarie ci raccontano bene cosa vuol dire aprirsi al mondo. Tra volontari italiani, siriani, afgani, congolesi si suggella l’amicizia, la solidarietà, e non manca il commiato nel segno della fede “per rivolgere insieme, tutti e fratelli, una preghiera al Signore” e consegnare a Lui, in buona sorte, tutti i profughi del mondo. Il lavoro qui a Lesbo è stato tanto, come la fatica, ma la gioia di esprimere materialmente la condivisione alla sofferenza dei rifugiati ha compensato il sudore versato. Lunghi pomeriggi a distribuire cibo, ad una media di mille persone al giorno. Poche a fronte di un esercito di 10mila dimenticati, quei “pochi” sono stati invitati a sedersi a un tavolo e sono stati serviti, non con le briciole cadute dal pranzo dei ricchi, ma con il vassoio dell’agape. Tra i fratini azzurri di Sant’Egidio, che danno speranza a chi è fuggito dai luoghi di sofferenza, c’eravamo anche noi, le suore dei migranti, le figlie del beato Giovanni Battista Scalabrini, con l’audacia missionaria della beata Assunta Marchetti e del venerabile Giuseppe Marchetti.

Diario da Lesbo – Terza parte

Si chiama Fazi, ha 11 anni. E’ fuggita dall’Afghanistan per continuare a vivere. Ora si trova a Lesbo e, alla sua età, ai più piccoli insegna quel po’ che sa in inglese. Le Suore Scalabriniane, nell’ambito della loro missione svolta grazie alla collaborazione con la Comunità di Sant’Egidio, l’hanno incontrata. Fazi si trova nel campo profughi di Moria, luogo dove la dignità umana sembra essere cosa sconosciuta. La formazione ha i colori delle suore e della Comunità e passa dai sorrisi e dai piccoli grandi gesti di animazione che viene fatta. E’ bello vedere come nonostante il momento di crisi proprio i bimbi ancora disegnino a colori. Hanno voglia di casa, di serenità e si adattano per come possono, in questo momento. Il sole sorge ogni giorno su quelle baracche costruite da frasche e pezze di teli di plastica. Arrampicarsi sui pendii del campo non è cosa facile. I migranti arrivano qui passando dalla Turchia, a due passi da quest’isola. Sembra l’ultima tappa di un viaggio che invece è solo il punto intermedio. Fra le tende ci sono fili che reggono i panni messi ad asciugare: danno il senso dell’umanità in cammino. Molti sono i bisogni essenziali a cui rispondere: cibo e igiene personale in primis. Amare è prendersi cura degli altri, è l’obiettivo della missione scalabriniana che si sviluppa nella terra di questi luoghi ma che si alimenta stando vicini ai rifugiati, tenendo presente come le sfide siano sempre dietro l’angolo. Fazi è un simbolo di chi ha gli occhi che guardano con stupore l’arcobaleno e le onde del mare, la natura e gli altri. Fazi guarda con occhi Cristiani, è il fuoco ardente di chi ama vivere. La vita ha sempre una Fazi accanto a noi.